Immigrazione

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Il decreto immigrazione e le implicazioni per la salute

Lettera delle organizzazioni medico-umanitarie al Parlamento: 
“Correggere decreto per garantire il diritto alla salute”

25 ottobre 2018 - Il Decreto “Immigrazione e Sicurezza” comporta serie implicazioni per il diritto alla salute delle persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate sul territorio italiano, sia rispetto alla possibilità di accedere pienamente al Servizio Sanitario Nazionale, sia rispetto alle condizioni sociali che concorrono a determinare la salute fisica e mentale delle persone. È quanto denunciano le principali organizzazioni medico-umanitarie ­italiane impegnate sui temi delle migrazioni e dell’asilo, in una lettera inviata oggi ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari di Camera e Senato,in vista della discussione del Decreto che si svolgerà nei prossimi giorni.

La prima preoccupazione riguarda l’abrogazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, che porterà un maggiore tasso di irregolarità e una conseguente maggiore vulnerabilità in termini di salute. Inoltre, sebbene siano previsti permessi per gravi motivi di salute, non è chiaro con quali criteri verranno assegnati, mentre la loro minore durata e non convertibilità in permessi di lavoro limiterà la possibilità di accedere all’assistenza sociale e ai percorsi di integrazione.

Altrettanto preoccupante è la riforma del sistema di accoglienza Sprar, considerato un modello virtuoso in tutta Europa, che sarà destinato esclusivamente alle persone titolari di protezione internazionale e dei nuovi permessi di soggiorno per casi speciali, nonché ai minori stranieri non accompagnati. In questo modo le persone richiedenti asilo resteranno escluse dai percorsi di formazione e integrazione previsti dagli Sprar e saranno costrette a lunghe permanenze nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), con ripercussioni anche gravi in termini di salute fisica e psichica. Questa situazione coinvolgerà anche persone vulnerabili come anziani, donne incinte, persone affette da disabilità, genitori soli con figli minori, tortura o violenze,che verranno inserite in centri che non prevedono misure adeguate alle loro specifiche vulnerabilità.

La tutela della salute si realizza attraverso un pieno accesso ai servizi sanitari, ma anche attraverso la tutela di condizioni sociali come casa, reddito, istruzione, ambiente di vita e di lavoro, che determinano la salute fisica e mentale delle persone. Tanto più quando si tratta di persone sopravvissute a traumi estremi e abusi gravissimi nel Paese di origine e lungo la rotta migratoria. Il decreto mina seriamente tutto questo” dichiarano le organizzazioni firmatarie della lettera.

A completare il quadro, continua la lettera, l’allungamento dei tempi di trattenimento negli hotspot e nei Centri di Permanenza e Rimpatrio (ex CIE), per cuipersone che non hanno commesso alcun reato potranno esser sottoposte a periodi di detenzione fino a 7 mesi, al termine dei quali il loro futuro resterà comunque incerto; la mancata iscrizione all’anagrafe dei residenti che, nonostante le rassicurazioni, rappresenta di fatto un ostacolo per l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale; il divieto di ingresso in alcune aree delle città (il cosiddetto Daspo urbano) che, quando applicato ai presidi ospedalieri, ostacola l’accesso alle cure, limitando i diritti costituzionali e violando il codice di deontologia medica.

La lettera è stata sottoscritta da Centro Astalli, Emergency, INTERSOS, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, Medici contro la Tortura, Médecins du Monde, Medici per i Diritti Umani, Medici Senza Frontieree inviata ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari di Camera dei Deputati e Senato della Repubblica e per conoscenza ai Presidenti di Camera dei Deputati e Senato e ai Ministri dell’Interno e della Salute. Molte delle criticità indicate sono già state sottoposte all’attenzione del Parlamento, in sede di audizione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, e sono ora incorporate in proposte di emendamento avanzate da alcuni parlamentari. In caso di mancato emendamento nella direzione auspicata, le organizzazioni firmatarie esprimono la loro ferma opposizione alla conversione in legge del Decreto.


Qui il testo integrale della lettera:

 

 

 


 

 

Viterbo - Il vescovo Lino Fumagalli dopo l'iniziativa dell'oratorio della Verità, che ha messo a disposizione dei richiedenti asilo il campo da calcio e la palestra

“Le parrocchie di Viterbo aprano le porte ai migranti”

 

Viterbo – (r.s.) – “Le parrocchie di Viterbo aprano le porte ai migranti”. È il messaggio del vescovo Lino Fumagalli durante Una comunità senza confini, la giornata organizzata dalla parrocchia della Verità e che ha visto protagonisti i ragazzi dell’oratorio e i richiedenti asilo del Cas Tre Fontane.

Da settembre dello scorso anno don Elio Forti, parroco della Verità e vicario di zona della diocesi, ha messo a disposizione del gruppo di migranti il campo da calcio dell’oratorio. Poi la palestra, per il corso di recitazione, e ha organizzato una serie di incontri con i giovani che si preparano alla Cresima.

“L’accoglienza e l’integrazione – sottolinea il vescovo Fumagalli – sono momenti di arricchimento. Inoltre è questo il futuro dell’Italia, oltre al presente della nostra chiesa. La Compagnia di Gesù, ad esempio, è già formata al 60% da africani, asiatici e cittadini dell’America Latina. E tra qualche anno l’80% della chiesa cattolica sarà formato da cittadini dell’America Latina, delle Filippine e dell’India. Ma non ci sono e non ci saranno immigrati o stranieri, ma solo fratelli con pari dignità. E mi auguro che questa concezione si estenda anche alla società civile”.

Quanto imparato in questi mesi i richiedenti asilo del Cas al Balletti Palace Hotel di viale Trento lo hanno messo in mostra giovedì sera. Prima hanno sfidato sul campo da calcio di via Oslavia gli animatori del Grest della Verità, vincendo sei a uno. Poi hanno inscenato Esercizi per gli attori, la performance teatrale dell’associazione culturale Artestudio e curata dal registra Marco Paparella. Rientra nel progetto Teatro in fuga, è dedicato alla questione delle migrazioni forzate ed è realizzato con e per i migranti.

Esercizi per gli attori è un collage emozionale, una combinazione di musiche e colori, un gioco di sedie e pochi altri oggetti, che diventano barche, città nel deserto, intere guarnigioni di soldati, il Mediterraneo. Esercizi per gli attori è il racconto delle esperienze vissute da quei richiedenti asilo, che sul palco diventano veri e propri artisti.

Il vescovo Fumagalli lo definisce “un momento di riflessione, grazie al quale abbiamo imparato che nella vita si cammina insieme, ci si guarda negli occhi e ci si aiuta a vicenda. Ecco, questi dovrebbero essere anche gli ingredienti dei programmi dell’accoglienza e dell’integrazione. Grazie alla parrocchia della Verità e a don Elio per l’esempio che ci hanno dato, e mi auguro che presto ci sia un’apertura anche dalle altre parrocchie di Viterbo. Mi auguro che presto si possa creare un campionato di calcio tra la squadra dei ragazzi del Cas Tre Fontane e quelle dei giovani delle nostre parrocchie. Ho già chiesto ai responsabili di questo gruppo di richiedenti asilo di mettersi in contatto con l’università, disponibile a inserirli nei suoi circuiti sportivi”.

Toccanti anche le parole del capitano della squadra composta dagli animatori del Grest della Verità. “Abbiamo giocato pensando solo a stare insieme e a divertirci – racconta Francesco -, e questo è ciò che conta di più. Un ringraziamento speciale a chi ha organizzato quest’evento, che è difficilissimo da mettere in piedi. Spero di giocare altre partite come questa”.

 

Viterbo - La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità - Il vescovo Lino Fumagalli

Viterbo – La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità – Il vescovo Lino FumagallViterbo - La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità

Viterbo – La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità

Viterbo - La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità - Al centro: Don Elio Forti

Viterbo – La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità – Al centro: Don Elio Forti

Viterbo - La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità

Viterbo – La performance teatrale Esercizi per gli attori alla parrocchia della Verità

 

Viterbo - L'incontro di calcio tra i richiedenti asilo e gli animatori della Verità

Viterbo – L’incontro di calcio tra i richiedenti asilo e gli animatori della Verità

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SCENDI DALLA PIANTA


Siamo il frutto dei nostri incontri. Lo siamo a livello individuale. Ma anche di specie. Al contrario di molti animali, gli uomini non possono essere distinti in razze, perché - a differenza ad esempio degli scimpanzé - agli albori della nostra storia scendemmo dalle piante e iniziammo a spostarci e, spostandoci, a mescolarci tra noi.

 

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Il decreto Minniti è legge. La protesta delle associazioni

Le nuove disposizioni in tema di immigrazione vedono, tra le altre novità, la trasformazione dei Cie in Cpr e la soppressione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo. Il mondo sociale però non ci sta: lanciata una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che porti a una riforma del Testo unico sull'immigrazione

“Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”. O più semplicemente decreto Minniti-Orlando. La camera lo ha approvato con un voto di fiducia con 240 voti a favore, 176 voti contrari e 12 astenuti.

Le novità
I punti principali del decreto sono quattro: l’abolizione del secondo grado di giudizio per i richiedenti asilo che hanno fatto ricorso contro un diniego, l’abolizione dell’udienza, l’estensione della rete dei centri di detenzione per i migranti irregolari e l’introduzione del lavoro volontario per i migranti. Nel primo grado di giudizio l’attuale “rito sommario di cognizione” sarà sostituito con un rito camerale senza udienza, nel quale il giudice prenderà visione della videoregistrazione del colloquio del richiedente asilo davanti alla commissione territoriale. Senza contraddittorio e senza che il giudice possa rivolgere domande al richiedente asilo che ha presentato il ricorso.

Il piano prevede inoltre un allargamento della rete dei centri per il rimpatrio, gli attuali Cie si chiameranno Cpr (Centri permanenti per il rimpatrio). Si passerà da quattro a venti centri, uno in ogni regione, per un totale di 1.600 posti. Di fronte alle preoccupazioni espresse da numerose organizzazioni impegnate per la difesa dei diritti umani, il ministro dell’interno Minniti ha assicurato che i nuovi centri saranno piccoli, con una capienza di cento persone al massimo, sorgeranno lontano dalle città e vicino agli aeroporti e soprattutto saranno “tutt’altra cosa rispetto ai Cie”.

Le critiche delle associazioni
Arci, Acli, Fondazione Migrantes, Baobab, Asgi, Medici senza frontiere, Cgil, A buon diritto, Radicali italiani e Sinistra italiana hanno dato vita ad un sit-in contro la nuova legge. «Noi abbiamo già un’esperienza dei Cie e abbiamo visto che ogni volta che ne è stata estesa la capienza si sono moltiplicate le violazioni dei diritti umani», ha sottolineato Patrizio Gonnella presidente dell’Associazione Antigone.«Possibile che non riusciamo a immaginare nessun altro metodo per le persone che sono in attesa di un’espulsione?», chiede Gonnella. «Se il problema è aumentare i rimpatri, non potremmo pensare di estendere i programmi di rimpatrio volontario?».

Dello stesso parere Valentina Brinis dell’associazione “A buon diritto” che definisce il decreto Minniti «un balzo indietro di dieci anni». Le associazioni per la tutela dei diritti umani denunciano da anni l’inefficacia e la disumanità dei centri di detenzione per i migranti irregolari che sono «i peggiori centri che abbiamo in Italia», afferma Brinis. «Questi posti li visitiamo settimanalmente e vediamo quali sono le condizioni delle persone lì dentro: non possono portare nemmeno un libro, una penna, prendono psicofarmaci perché non riescono a dormire».

Alcune delle associazioni impegnate nell’assistenza di migranti come il Centro Astalli, l’Arci e l’Asgi hanno anche lanciato una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che porti a una riforma del Testo unico sull’immigrazione.

http://www.vita.it/it/article/2017/04/12/il-decreto-minniti-e-legge-la-protesta-delle-associazioni/143046/

 

Il Papa alla Caritas:
“Siate prossimi agli immigrati e ‘una carezza’ per i poveri”

“Sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi”. Era il 1972 e il Beato Paolo VI consegnava questo preciso mandato alla Caritas, durante il primo incontro nazionale di questo organismo che “volle fortemente”.

Un invito che si rinnova oggi, dopo oltre 40 anni, durante l’udienza di Papa Francesco con i partecipanti al 38° Convegno della Caritas delle diocesi Italiane, svoltosi a Sacrofano dal 18 al 21 aprile, sul tema: Misericordiosi come il Padre.

Il Papa parte proprio dalle parole di Montini e dal carattere “pastorale ed educativo” che egli chiedeva alla Caritas, per ricordare che missione prioritaria dell’organismo è “l’impegno di un amore concreto verso ogni essere umano, con un’opzione preferenziale per i poveri”. Un amore che si esprime attraverso “gesti e segni”, che rappresentano “una modalità connaturata alla funzione pedagogica della Caritas a ogni livello”, come sottolineava Benedetto XVI.

Funzione che oggi diventa particolarmente ardua “di fronte alle sfide e alle contraddizioni del nostro tempo”. Tra queste, Bergoglio cita il fenomeno migratorio, che pur presentando “aspetti critici che vanno gestiti con politiche organiche e lungimiranti”, rimane “una ricchezza e una risorsa, sotto diversi punti di vista”.

Domandando impegno e prossimità a tutti gli immigrati, il Pontefice definisce “prezioso” il lavoro della Caritas “che, accanto all’approccio solidale, tende a privilegiare scelte che favoriscano sempre più l’integrazione tra popolazioni straniere e cittadini italiani, offrendo agli operatori di base strumenti culturali e professionali adeguati alla complessità del fenomeno e alle sue peculiarità”.

La Caritas ha infatti “il difficile, ma fondamentale compito” di fare in modo che “il servizio caritativo diventi impegno di ognuno di noi, cioè che l’intera comunità cristiana diventi soggetto di carità”. Per questo Francesco esorta ad essere “stimolo e anima perché la comunità tutta cresca nella carità e sappia trovare strade sempre nuove per farsi vicina ai più poveri, capace di leggere e affrontare le situazioni che opprimono milioni di fratelli, in Italia, in Europa, nel mondo”.

Particolarmente rilevante a tal proposito – osserva il Pontefice – è “il ruolo di promozione e formazione che la Caritas riveste nei confronti delle diverse espressioni del volontariato”. Ed essenziale è pure lo “stimolo” alle istituzioni civili per “un’adeguata legislazione, in favore del bene comune e a tutela delle fasce più deboli”.

“Di fronte alle sfide globali – afferma il Papa – che seminano paura, iniquità, speculazioni finanziarie (anche sul cibo), degrado ambientale e guerre, è necessario, insieme al quotidiano lavoro sul territorio, portate avanti l’impegno per educare all’incontro rispettoso e fraterno tra culture e civiltà, e alla cura del creato, per una ‘ecologia integrale’”.

Non stancatevi, incoraggia il Pontefice, “di promuovere, con tenace e paziente perseveranza, comunità che abbiano la passione per il dialogo, per vivere i conflitti in modo evangelico, senza negarli ma facendone occasioni di crescita, di riconciliazione”. “Sia sempre vostro vanto – soggiunge – la volontà di risalire alle cause delle povertà, per cercare di rimuoverle: lo sforzo di prevenire l’emarginazione; di incidere sui meccanismi che generano ingiustizia; di operare contro ogni struttura di peccato”.

Un pensiero infine anche alla famiglia, “culla” della carità “autentica e credibile”. “La famiglia è costituzionalmente ‘Caritas’ perché Dio stesso l’ha fatta così”, dice Papa Francesco, “l’anima della famiglia e della sua missione è l’amore”, quell’amore misericordioso che “sa accompagnare, discernere e integrare le situazioni di fragilità”.

“Le risposte più complete a molti disagi – osserva il Pontefice – possono essere offerte proprio da quelle famiglie che, superando la tentazione della solidarietà ‘corta’ ed episodica, a volte pure necessaria, scelgono di collaborare fra loro e con tutti gli altri servizi solidali del territorio, offrendo le risorse della propria quotidiana disponibilità”.

Alla luce di ciò, il Papa consegna quindi un vademecum per orientare la misericordia, che “nel mondo di oggi, complesso e interconnesso” deve essere “attenta e informata; concreta e competente, capace di analisi, ricerche, studi e riflessioni; personale, ma anche comunitaria; credibile in forza di una coerenza che è testimonianza evangelica, e, allo stesso tempo, organizzata e formata, per fornire servizi sempre più precisi e mirati”.

Una misericordia “responsabile, coordinata, capace di alleanze e di innovazione; delicata e accogliente, piena di relazioni significative; aperta a tutti, premurosa nell’invitare i piccoli e i poveri del mondo a prendere parte attiva nella comunità”. Perché “i poveri – afferma – sono la proposta forte che Dio fa alla nostra Chiesa affinché essa cresca nell’amore e nella fedeltà”.

Dunque, bisogna “rispondere sempre meglio al Signore che ci viene incontro nei volti e nelle storie delle sorelle e dei fratelli più bisognosi”. “Egli sta alla porta del nostro cuore, delle nostre comunità, e attende che qualcuno risponda al suo ‘bussare’ discreto e insistente: aspetta la carità, cioè la ‘carezza’ misericordiosa del Signore, attraverso la ‘mano’ della sua Chiesa. Una carezza che esprime la tenerezza, la vicinanza del Padre”.

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BALZELLI  E  CONTAMINAZIONI

Domenica 18 gennaio si è celebrata la Giornata Mondiale delle Migrazioni.

La nostra Diocesi ha ricordato la Giornata presso la Chiesa della S. Famiglia a Viterbo con una S. Messa presieduta dal Vescovo. Hanno concelebrato don Giovanni Bitti, responsabile della Migrantes, don Roberto Burla, direttore della Caritas diocesana, e alcuni sacerdoti di diverse etnie. La Chiesa era stracolma di persone provenienti da tutti i continenti.

Il tema della Giornata è stato “Non più stranieri né ospiti, ma della famiglia di Dio”.

Il Papa non ha voluto far mancare un suo messaggio ai migranti; le sue parole hanno posto in primo piano un sogno: formare di tutti i popoli una famiglia di popoli. Oggi, milioni e milioni di persone di ogni lingua, popolo e nazione sono migranti ai quattro angoli della Terra.

L’impegno che il Papa ha chiesto ai cristiani è di essere costruttori di una società fraterna, dove, come dice S. Paolo, non c’è più  né straniero né ospite, ma ci si riconosce fratelli e si è capaci di porre delle scelte coerenti e conseguenti a questa rivelazione.

Alla società civile, il Papa ha chiesto che l’inevitabile incontro tra persone di diverse culture e tradizioni avvenga sempre in “modo pacifico e costruttivo, nel rispetto e nel dialogo, prevenendo ogni tentazione di conflitto e di sopraffazione”.

  In un contesto di speranza, di fiducia e di progettualità, proprio in quei giorni, due avvenimenti prendevano una direzione contraria: a livello nazionale, le norme sugli immigrati contenute nella Legge sulla sicurezza che il Senato è chiamato a votare e, a livello provinciale, l’incontro in Prefettura dei Sindaci della Tuscia con il Commissario delegato dal Governo all’emergenza rom.

  La Caritas diocesana ritiene inaccettabile la proposta di far pagare un contributo a chi chiede il permesso di soggiorno. E’ stato chiamato “contributo”, altro non è che una tassa, un ignobile “balzello” contro chi è già debole.

E’ inaccettabile per diversi motivi.

Innanzitutto perché un contributo ha senso in funzione del servizio erogato. Nel Testo unico sull’immigrazione il permesso di soggiorno dovrebbe essere “rilasciato, rinnovato o convertito entro venti giorni dalla data in cui è stata presentata la domanda” (art. 5, comma 9).

In tanti luoghi, invece , per ottenere il rinnovo, il tempo reale oscilla tra i 6 e i 12 mesi. Più che un servizio è un disservizio.

Poi perché gli immigrati già pagano una bella somma (circa 80 euro) per il rilascio e il rinnovo del permesso.

Inoltre, in un momento di profonda crisi economica, in cui, attraverso bonus e quant’altro si pensa a sostenere i più deboli, una categoria così fragile come può sopportare un inasprimento?

Come è inaccettabile il balzello, così lo sono altri due “colpi di genio”: la proposta assurda di una garanzia di diecimila euro a carico degli extracomunitari che vogliono aprire una partita  Iva per iniziare un’attività e l’emendamento, fortemente voluto da alcuni, in base al quale gli operatori sanitari dovrebbero denunciare gli immigrati clandestini che si rivolgono alla struttura di cura.

Una proposta del genere è inconcepibile non solo perché il diritto alla salute va garantito a tutti senza preclusioni, ma anche perché compito del medico è quello di curare il malato, non quello di gendarme o delatore.

Sembra che si voglia mettere sempre più ostacoli, quasi a dire che l’immigrato è persona importuna e fastidiosa, che disturba il nostro quieto vivere ed è bene che stia lontano da noi, a casa propria.

Una politica migratoria lungimirante ha, invece, come obiettivo una reale integrazione delle persone valorizzando ogni individuo come parte integrante di un grande progetto di società, nel quale le differenze diventano un potenziale di ricchezza.

L’altro avvenimento è stato l’incontro in Prefettura dei Sindaci del Viterbese con il Commissario per l’ emergenza nomadi

La riunione voleva verificare la disponibilità degli amministratori ad ospitare, attraverso progetti di integrazione, limitati nuclei familiari nel proprio territorio. La risposta dei  Sindaci, eccetto qualche indeciso interessamento, è stata negativa; ma ancora più superficiali ed incredibili sono state alcune dichiarazioni apparse sui giornali nei giorni successivi, come quella di una senatrice viterbese che ha parlato di “contaminazione” del territorio.

 “E’ indubbio - ha sottolineato don Roberto Burla, direttore della Caritas diocesana - che quello dei nomadi sia un argomento delicato al quale ci si deve avvicinare con grande responsabilità. Ma se ci sono progetti ponderati, seri, attuati gradualmente e accompagnati con attenzione e continuità, il problema può essere risolto. L’impressione è che finora la questione dei nomadi sia stata affrontata rincorrendo le emergenze, improvvisando, senza costruire progetti (che significa darsi mete, tempi, strumenti, verifiche) oppure sia stata pavidamente scansata per non andare incontro agli impegni e alle difficoltà.

Sicuramente la risposta al problema non può essere quella della senatrice della Repubblica che ha parlato di ‘contaminazione del territorio’. Non serve sfogliare il vocabolario per capire che contaminare significa macchiare, infettare, contagiare…; questo è un linguaggio razzista!

Il pericolo di certe dichiarazioni, traghettate dai giornali, è quello di creare mentalità e di alimentare umori e malumori, giudizi e pregiudizi che rendono sempre più difficile il processo di accoglienza e di integrazione”.

 L’immigrato ha diritto di essere esaudito nella sua ricerca di uguaglianza e giustizia sociale. Ha tante risorse umane, sociali e culturali; e noi dobbiamo valorizzarle, senza timore. E’ portatore di novità e può ravvivare le nostre, a volte assopite, potenzialità.

 Invece, spesso, la storia degli immigrati in mezzo a noi è un’infinita storia di tristezze dell’animo e di ferite alla civiltà, che è fatta di rispetto, accoglienza, solidarietà ed è basata su una giustizia che è sapienza politica nell’accogliere chi cerca lavoro e pane, con discernimento e con rispetto.

Il “futuro è altro” che balzelli e contaminazioni: il futuro è dialogo, è incontro tra le culture.

don Roberto Burla


 

No al dilagante razzismo in Italia

Alex Zanotelli

Un paese che ha bisogno di stranieri ma che non li vuole integrare. Che dimentica il suo passato da migrante. Che si dice cattolico ma che non vuole seguire l'esempio di Cristo. L'appello di padre Alex Zanotelli.

È agghiacciante quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questo nostro paese.
I campi Rom di Ponticelli (Na) in fiamme, il nuovo pacchetto di sicurezza del ministro Maroni, il montante razzismo e la pervasiva xenofobia, la caccia al diverso, la fobia della sicurezza, la nascita delle ronde notturne… offrono un’agghiacciante fotografia dell’Italia 2008.

«Mi vergogno di essere italiano e cristiano», fu la mia reazione, da poco rientrato in Italia da Korogocho, all’approvazione della legge Bossi-Fini (2002). Questi sei anni hanno visto un notevole peggioramento del razzismo e della xenofobia nella società italiana, cavalcati dalla Lega (la vera vincitrice delle elezioni 2008 e incarnati oggi nel governo Berlusconi. Posso dire questo perché sono stato altrettanto duro con il governo Prodi e con i sindaci di sinistra, da Cofferati a Dominici...) Oggi doppiamente mi vergogno di essere italiano e cristiano.
Mi vergogno di appartenere a una società sempre più razzista verso l’altro, il diverso, la gente di colore e soprattutto il musulmano, che è diventato oggi il nemico per eccellenza.

Mi vergogno di appartenere a un paese il cui governo ha varato un pacchetto-sicurezza dove clandestino è uguale a criminale. Ritengo che non sia un crimine migrare, ma che invece criminale è un sistema economico-finanziario mondiale (l’11% della popolazione mondiale consuma l’88% delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere.
L’Onu prevede che entro il 2050 avremo per i cambiamenti climatici un miliardo di “rifugiati climatici”. I ricchi inquinano, i poveri pagano. Dove andranno? Stiamo criminalizzando i poveri?

Mi vergogno di appartenere a un paese che ha assoluto bisogno degli immigrati per funzionare, ma che poi li rifiuta, li emargina, li umilia con un linguaggio leghista da far inorridire.
Mi vergogno di appartenere a un paese che dà la caccia ai Rom, come fossero la feccia della società. Questa è la strada che ci porta dritti all’Olocausto (ricordiamoci che molti dei cremati nei lager nazisti erano Rom!). Abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio.

Mi vergogno di appartenere a un popolo che non si ricorda che è stato fino a ieri un popolo di migranti (“Quando gli albanesi eravamo noi”): si tratta di oltre sessanta milioni di italiani che vivono oggi all’estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po’ ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora trattiamo allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi? Cos’è che ci ha fatto perdere la memoria in tempi così brevi? Il benessere?
Come possiamo criminalizzare il clandestino in mezzo a noi? Come possiamo accettare che migliaia di persone muoiano nel tentativo di attraversare il Mediterraneo per arrivare nel nostro “Paradiso”? È la nuova tratta degli schiavi che lascia una lunga scia di cadaveri dal cuore dell’Africa all’Europa.

Mi vergogno di appartenere a un paese che si dice cristiano, ma che di cristiano ha ben poco. I cristiani sono i seguaci di Gesù di Nazareth, povero, crocifisso “fuori dalle mura”, che si è identificato con gli affamati, i carcerati, gli stranieri. «Quello che avrete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli lo avrete fatto a me».
Come possiamo dirci cristiani, mentre dalla nostra bocca escono parole di odio e disprezzo verso gli immigrati e i Rom? Come possiamo gloriarci di fare le adozioni a distanza, mentre ci rifiutiamo di fare le “adozioni da vicino”?
Come è possibile avere comunità cristiane che non si ribellano contro queste tendenze razziste e xenofobe? E quand’è che i pastori prenderanno posizione forte contro tutto questo, proprio perché tendenze necrofile?
Come missionario, da una vita impegnato a fianco degli impoveriti della terra, oggi che opero su Napoli, sento che devo schierarmi dalla parte degli emarginati, degli immigrati, dei Rom contro ogni tendenza razzista della società e del nostro governo.

Rimanere in silenzio oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.
Vorrei ricordare le parole del pastore Martin Niemoeller della Chiesa confessante sotto Hitler:
«Quando le SS sono venute ad arrestare i sindacalisti, non ho protestato perché non ero un sindacalista. Quando sono venute ad arrestare i Rom, non ho protestato perché non ero un Rom. Quando sono venute ad arrestare gli Ebrei non ho protestato perché non ero un Ebreo. Quando, alla fine, sono venute ad arrestare me, non c’era più nessuno a protestare».

Non possiamo stare zitti: dobbiamo parlare, gridare, urlare. È in ballo il futuro del nostro paese. Soprattutto è in ballo il futuro dell’umanità. Anzi, della vita stessa.
Diamoci da fare perché vinca la vita!
 
Questa è la mia reazione davanti agli ultimi avvenimenti nel nostro paese.
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La situazione in Italia

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LINK & COLLEGAMENTI:
In allegato le mappe dei centri di accoglienza:

- Mappa completa centri

- Centri di identificazione ed espulsione C.I.E.

- Mappe dei centri Ministero dell'Interno

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