No alla guerra
Appelli
Emergenza umanitaria
 

NO ALLA GUERRA

"Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che
il Diritto Internazionale mette a disposizione, si assume
una grave responsabilità di fronte a Dio,alla sua coscienza e alla storia."
(Giovanni Paolo II)

Nella pagina seguente...

LE RIVOLUZIONI DEL MONDO ARABO

RIVOLte IN MEDIO ORIENTE

«FINITA L’ECCEZIONE ARABA. EUROPA, DIALOGA CON NOI»
«I nostri popoli incapaci di democrazia? Hanno dimostrato il contrario. E di rifiutare l’appello di Al Qaeda». La Tunisia, oggi, secondo Adnane Mokrani, teologo musulmano. «Non conto sui governi, credo negli scambi tra soggetti sociali e tra culture»

di Silvio Tessari
A metà gennaio, è caduto dopo 23 anni il regime di Ben Ali. Il 24 luglio dovevano tenersi le prime elezioni libere, slittate però al 23 ottobre. La Tunisia ha innescato la spirale di cambiamenti che, con esiti differenti, spesso sanguinosi, continua a percorrere i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente arabo. La transizione alla democrazia è irta di ostacoli. Ma la strada appare tracciata. In questo quadro, come si vanno configurando le relazioni tra potere politico, società civile e religione? Ne parliamo con Adnane Mokrani, teologo musulmano, nato a Tunisi nel 1966, docente di Islamistica al Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica (Pisai) e alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Mokrani è studioso noto, a livello internazionale, per il suo impegno nel dialogo interreligioso ed è autore di molti articoli e libri, tra cui in italiano il bellissimo saggio Leggere il Corano a Roma (2010).

Professor Mokrani, conoscevamo la Tunisia, suo paese, come meta turistica, stabile politicamente. Eppure tutto è cominciato lì. Perché? Quale processo storico si è innescato?
Credo che sia l’inizio della fine della “eccezione araba”, cioè di quella che sembrava essere l’incapacità dei nostri popoli a vivere in democrazia. C’è un legame con quanto accade nei vari paesi, lo si nota anche in Turchia e perfino in Iran, dove il cosiddetto movimento “verde” ha cominciato le proteste, non violente, nel 2009, ben prima della Tunisia. Si chiede semplicemente più libertà, più diritti umani; la democrazia è sentita come necessità vitale. La crescita di questi sentimenti è chiara, dopo anni nei quali essi erano rimasti silenziosi, mezzo secolo di silenzio tombale. Non è del tutto vero che la protesta sia stata una novità imprevista: la situazione era insopportabile, la corruzione così diffusa che era evidente che qualcosa prima o poi sarebbe esploso. Anche se il momento esatto era imprevedibile.

S’è parlato di crisi economica alla base della rivolta, dell’aumento dei prezzi, a cominciare dal pane…
L’economia è parte del problema, ma non tutto è economia. C’è anche una questione di dignità umana, calpestata dalla dittatura, malattia grave delle nostre società. Il giovane Bouazizi, che si è dato fuoco innescando la rivolta con il suo gesto, non si è ribellato perché gli è stato contestato di vendere la sua mercanzia senza permesso, ma dopo aver ricevuto uno schiaffo dalla polizia, alla quale si era rivolto per portare le sue ragioni. L’umiliazione brucia l’anima e se l’accettiamo è peggio che se ci avessero ucciso il corpo. Succede nelle dittature che hanno il monopolio su tutta l’economia e quindi diventano corrotte e mafiose. Il problema è rompere la catena che lega corrotti e corruttori. Perché è molto facile trattare con i governi corrotti; tutto si discute e si risolve rapidamente nel segreto di una
stanza, se non bisogna fare i conti con un parlamento.

In Europa si teme molto l’islam radicale e i regimi del nord Africa si presentavano come i “controllori” di questa forma di islam violento…
Il tempo è cambiato, i radicali erano più forti negli anni Ottanta e Novanta. Ora ci si rende conto che non basta dire che si è musulmani per avere una gestione politica giusta; quello che vediamo è proprio la risposta – di rifiuto – delle masse agli appelli di Al Qaeda. I dittatori nordafricani hanno saputo vendersi all’occidente come coloro che controllavano il terrorismo islamico, ma la realtà era il contrario: la dittatura non protegge dal terrorismo, ma lo genera!

L’Europa e l’Italia si chiedono cosa fare perché i germi di libertà crescano, ma nello stesso tempo hanno atteggiamenti contraddittori sul fenomeno dell’immigrazione. Qual è la sua opinione?
L’immigrazione è senz’altro il frutto amaro del fallimento dello sviluppo della sponda sud del Mediterraneo, e del sud del mondo in generale. Migliaia di giovani sono pronti ad accettare il rischio di viaggi lunghi, costosi e pericolosi: credo che una soluzione al problema dell’immigrazione sia investire in democrazia. Ora in Tunisia ci sono più di 80 partiti e centinaia di associazioni. L’Europa deve porsi il problema di recuperare il dialogo con la società civile. Non so quanto possano fare i governi, personalmente non ci conto molto. Invece auspico l’incontro tra queste realtà e quelle analoghe europee, credo negli scambi culturali, in forme di turismo non banale, nella condivisione di idee, di progetti. Insomma, in un dialogo serrato tra società del nord e del sud, perché queste ultime capiscano che c’è chi
cerca di capire e di aiutare. Qui però vedo un paradosso da parte dell’Europa: i valori della democrazia occidentale sono diventati valori condivisibili e universali. Però quando noi li applichiamo per rovesciare le nostre dittature, constatiamo la chiusura dell’Europa…

E perché molti vogliono lasciare la Tunisia, che ha ritrovato la libertà dopo decenni?
I giovani hanno fretta, non possono aspettare anni. Molti tunisini fuggono dal sud del paese, dove non c’era nemmeno una vera economia, ma corruzione. L’interesse dell’occidente è accompagnare il fenomeno per creare un’economia giusta. Più che il rischio della diffusione di forme di radicalismo, religioso e politico, c’è il rischio che si perda l’occasione e si ritorni alle vecchie abitudini, all'ancien régime. Nel paese c’è molto da lavorare. Ad esempio, dobbiamo educare la polizia a rispettare i diritti umani. E i giudici, scrupolosi nell’obbedire al regime, più che nell’amministrare la giustizia. Ci vorrà un po’ di tempo per correggere queste cose. Intanto anche in altri paesi arabi la società si muove. Perfino in Arabia Saudita...

Lei è musulmano, eppure insegna in una struttura cristiana e vive in un paese cristiano, almeno di tradizione. Qual è il ruolo delle religioni nel cambiamento?
Le religioni devono impegnarsi a costruire una società di pace, è il loro compito. Per prima cosa dobbiamo costruire la democrazia, che esige una certa laicità e una vera società civile, in cui il cittadino deve essere uguale davanti alla legge, a prescindere dalla sua religione. Bisogna però non essere irrealistici. Il cammino è cominciato, sarà lungo, basta non fermarsi, anche se ci saranno resistenze. Forse si faranno due passi avanti e due indietro. L’importante è procedere.

 

«Rivoluzione di libertà e dignità, ecco come siamo scesi in piazza»
Un giovane giornalista tunisino ripercorre i giorni che hanno cambiato il suo paese.
«Se non ne beneficeremo noi, lo faranno i nostri figli»

di Haykel Tlili (traduzione di Stefania Culurgioni)
La rivoluzione, vista da dentro. Con gli occhi di un giovane giornalista (del quotidiano Le Temps di Tunisi), che è stato anche protagonista delle proteste di piazza che hanno condotto alla caduta del regime. Uno sguardo pacato, informato, partecipe. L’analisi delle origini di una vicenda che sta cambiando il mondo arabo. E le attese di interi popoli rispetto al proprio futuro.

"La rivoluzione del Gelsomino” è il nome dato, soprattutto dai media occidentali, a quella che i tunisini hanno chiamato la “Rivoluzione della dignità e della libertà”. È stata una successione di eventi degna di un film di Hollywood, che ha fatto cadere un regime che per lungo tempo ha asfissiato la Tunisia e i tunisini. Per molti è stata l’immolazione del giovane venditore Mohammed Bouazizi (che il 17 dicembre si diede fuoco a Sidi Bouzid, dopo aver subito soprusi da parte della polizia,
e morì il 4 gennaio, ndr) ad aver acceso la torcia della Rivoluzione. Ma per altri la Tunisia era già una pentola a pressione, pronta a esplodere da un momento all’altro. La morsa molto stretta sulle libertà d’espressione e i media, le brutalità subite da attivisti e difensori dei diritti dell’uomo da parte della polizia politica e dalle altre forze dell’ordine, avevano cominciato a far salire, poco a poco, il livello di collera della popolazione contro la dittatura. Tutto ciò, senza dimenticare i problemi economici, soprattutto la disoccupazione di laureati e diplomati e la disparità tra le regioni, tra le città costiere ricche e le città dell’interno, marginalizzate. Inoltre il regime ricattava la sua stessa popolazione, offrendo sicurezza e una parvenza di prosperità economica, contro la minaccia di terroristi e islamici. Il compromesso, una sorta di contratto, era sembrato buono un po’ per tutti, soprattutto per via della natura calma e pacifica dei tunisini. Ma la mano di ferro con la quale la dittatura ha governato il paese era sempre più difficile da digerire per un buon numero di cittadini, non solo per le élite e gli oppositori.

Dai cable all’addio di Zaba
Il grado di collera del popolo tunisino si era accumulato, negli anni, contro un potere di cui si raccontavano tutti i mali, ma al cui cospetto ci si sentiva deboli e incapaci. La famiglia della moglie dell’ex presidente Ben Ali, come molte altre della stessa cerchia, aveva messo le mani sulla maggior parte delle migliori compagnie pubbliche e private, privando l’economia nazionale di moltissime risorse. Una rilettura dei fatti degli ultimi anni rivela che le premesse della rottura del “contratto” tra il popolo tunisino e coloro che lo governavano era imminente. Gli scandali del vecchio regime si sono sommati. E quando i cable, le rivelazioni di Wikileaks, hanno parlato a lungo del livello che aveva raggiunto la corruzione e delle malversazioni che si erano stratificate nelle arterie dell’amministrazione tunisina e dentro i clan delle famiglie potenti, un colpo improvviso ma fatale si è abbattuto sul vecchio regime. Facebook (il social network) ha quindi compiuto la sua missione: nell’arco di qualche giorno tantissimi tunisini hanno potuto leggere e scoprire ciò che era avvenuto nel paese. La sorpresa e soprattutto la delusione sono state grandi. Molti adulti, giovani e meno giovani, si sono scambiati queste informazioni. Il sistema di censura del regime ha fatto di tutto per minimizzare gli effetti di quei cable. Io, a un certo punto, ho ricevuto istruzioni, da parte del mio capo gerarchico diretto, al giornale, di non “coprire” più le attività dell’ambasciata e di tutto ciò che era in relazione con gli Stati Uniti. Tutto doveva essere tenuto sotto controllo, come era stato abitudine sotto il regime decaduto. La questione delle informazioni trapelate da Wikileaks avrebbe dovuto finire nel dimenticatoio. Ma qualcosa di inaspettato stava per accadere. Qualche settimana dopo, un giovane di 26 anni, venditore di legumi, come se ne trovano a centinaia nelle città della Tunisia, si è visto confiscare la sua mercanzia. Mohamed Bouazizi, disperato, si è diretto dalle autorità locali di Sidi Bouzid, e di fronte alla negligenza e al disprezzo di cui si è visto oggetto, si è dato fuoco. La popolazione ha aggiunto il disgusto per questo fatto a quello per le storie di malversazioni e corruzione. E ha deciso che ne aveva abbastanza. Migliaia di giovani sono scesi nelle strade con slogan e proposte inneggianti al cambiamento. I video, le immagini e le testimonianze che arrivavano dalle strade delle città, dove i cittadini chiedevano giustizia, uguaglianza e libertà, e venivano presi a colpi di pistola, circolavano come il fuoco nella paglia. Il popolo era ormai deciso. Così, nel pomeriggio del 14 gennaio, Zaba (acronimo per Zine El-Abidine Ben Ali, il presidente tunisino, ndr) ha deciso di fuggire. Un impero del male è caduto.

La democrazia richiede tempo
In quella rapida successione di eventi, nessuno ha avuto il tempo di guardare in televisione la ministra francese degli affari esteri, Michelle Alliot Marie, “offrire” il suo aiuto al regime di Ben Ali, proponendogli di inviare soldati francesi «più armati e meglio equipaggiati» per sparare sui tunisini e ucciderne ancora di più. Tutti sapevano molto bene che non il solo governo francese aveva sostenuto la dittatura di Ben Ali, ma che lo stesso avevano fatto anche quello italiano e la maggioranza, per non dire tutti gli altri governi occidentali, “sostenitori dei valori della democrazia e dei diritti dell’uomo”. La questione degli immigrati tunisini che si sono diretti verso l’isola di Lampedusa, nelle settimane successive, non ha fatto che mettere a nudo ancora di più i governi dei paesi della riva nord del Mediterraneo. Non bisogna dimenticarsi, però, che per certi versi il destino di tutti i paesi della regione è interconnesso. Durante due visite recenti che ho fatto in Europa, il sentimento di vicinanza e simpatia per i tunisini mi è sembrato positivo. E ho constatato una certa similitudine nella vita dei giovani. Nonostante le note differenze, ovunque la richiesta dei giovani (europei e tunisini) di qualcosa di migliore è la stessa, e anche alcuni problemi sono gli stessi. I valori universali sono gli stessi in tutto il mondo, ma sono proprio l’audacia e la volontà che mancano, a volte. Ora, mentre in molti si concentrano sugli aspetti socioeconomici della Rivoluzione, i giovani in Tunisia si sentono alla ricerca della migliore via d’uscita. Messi da parte dai dibattiti, specialmente da quelli politici, i giovani tunisini non abbandonano Facebook, che utilizzano per criticare le vecchie fazioni che di nuovo si danno battaglia per il potere. Tutto ciò sembrerebbe sollevare dubbi rispetto alla capacità dei tunisini di raggiungere i loro obiettivi di democrazia. Sin dai primi giorni della Rivoluzione, alcuni dubbi si erano fatti strada. Ma in fondo, in tutti questi mesi, la calma sembra essere tornata nelle strade e nelle città della Tunisia. E i tunisini si sentono pronti a entrare in una nuova era, benché siano sempre più convinti che ci vorrà del tempo. «Se noi non ne beneficeremo noi pienamente, saranno i nostri figli a farlo», mi dicono molti miei amici.

 

Tratto da Italia Caritas n. 6 (luglio/agosto 2011) - consultabile dal sito Caritas Italiana


All'inizio di quest'anno, sembrava che i siriani avessero ancora troppa paura di sfidare il regime repressivo che è al potere nel paese da 40 anni, sotto la guida di Bashar al-Assad e prima di suo padre Hafez al-Assad.
Ora, dopo diversi mesi dall'inizio delle proteste, uomini, donne e bambini continuano a scendere in strada chiedendo riforme e le dimissioni del presidente. Sfidando numerosi rischi, manifestano nonostante dal 18 marzo siano state uccise 1200 persone, secondo i dati di Amnesty International. Durante le manifestazioni, che sono state nella stragrande maggioranza pacifiche, le persone cantavano "Selmieh, Selmieh" ("In pace, in pace") malgrado la violenza che subivano.
Anche se hanno adottato alcune riforme, che appaiono solo di facciata, le autorità siriane hanno represso le proteste nel sangue. Le forze di intelligence e di sicurezza, l'esercito, le milizie filogovernative sono state impiegate per sopprimere le richieste di cambiamento. Molte delle vittime sembrano essere state uccise da colpi di armi da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza e dall'esercito siriano nel corso di manifestazioni pacifiche; carri armati hanno bombardato molte aree residenziali in città e villaggi. Migliaia di persone hanno cercato rifugio dalla violenza nei paesi vicini, soprattutto in Turchia e Libano. 
Gli arresti, e la paura degli arresti, fanno ormai parte della vita quotidiana dei siriani; migliaia di persone sono state arrestate nel corso di questi mesi e centinaia sono detenute in isolamento, rischiando torture e altri maltrattamenti. Sono state arrestate le persone che si crede abbiano organizzato le proteste o che le abbiano sostenute apertamente, sia in pubblico sia promuovendole su Internet o altrove. Fra queste, anche politici e attivisti per i diritti umani, imam di moschee e giornalisti.
Molte sono state le segnalazioni di torture e decine di persone sarebbero morte proprio a seguito delle torture. Gli arresti di massa e l'uso intensivo della tortura hanno costretto molti politici e attivisti per i diritti umani a nascondersi. 

FIRMA L'APPELLO!

Minister of Foreign Affairs
His Excellency Antonio de Aguiar
Patriota
Esplanada dos Ministérios,
Palácio do Itamaraty

70.170-900 - Brasília/DF
Fax: 55+(61) 3411-6993

ministro.estado@itamaraty.gov.br

Minister of International Relations and Co-operation
Ms Maite Nkoana-Mashabane
Department of International Relations and Co-operation
Private Bag X152
Pretoria 0001
Republic of South Africa

Tel: +27 12 351 0006
Fax: +27 12 351 0253

minister@foreign.gov.za

Minister of External Affairs
S M Krishna
172 South Block
Ministry of External Affairs
Government of India
New Delhi 110 001

Fax +91 11 2301 1463,
2301 3254

eam@mea.gov.in

Egregi ministri,

scrivo per esortarvi, come rappresentanti dei governi di Brasile, Sudafrica e India, a unirvi agli altri membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel chiedere al governo siriano di fermare l'uso di carri armati e cecchini e di non ricorrere alla tortura per reprimere il dissenso pacifico. Vi chiedo di sostenere l'attuale bozza di risoluzione sulla Siria.

Finora il Consiglio di sicurezza dell'Onu è rimasto in silenzio sulla situazione in Siria, nonostante le prove raccolte da Amnesty International sui crimini contro l'umanità commessi dalle autorità siriane nel loro giro di vite sulle manifestazioni in corso.

Il Brasile, il Sudafrica e l'India sono fra i principali attori della scena internazionale e membri del Consiglio di sicurezza dell'Onu, per cui hanno la possibilità e la responsabilità di cambiare tutto questo.

Mi appello a voi e ai vostri governi affinché diate prova di leadership nel rispondere alla situazione in Siria e usiate la vostra influenza internazionale per fermare lo spargimento di sangue nel paese e garantire che siano assicurati alla giustizia i responsabili delle violazioni commesse.

Vi ringrazio per l'attenzione.

Scarica l'appello e invia anche un'email personale ai tre ministri. I manifestanti siriani hanno bisogno del tuo aiuto!

Scarica l'appello in favore dei manifestanti siriani (6.69 KB)

da Amnesty.it

 

IL PARLAMENTO NON RIFINANZI LE GUERRE
E LE STRAGI IN AFGHANISTAN E IN LIBIA

Chiediamo a tutte le persone di volontà buona e di retto sentire di far sentire la propria voce al Parlamento italiano affinché non rifinanzi le guerre e le stragi in Afghanistan e in Libia.

La partecipazione italiana a quelle guerre e' illegale, poiché viola l'art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana.
La partecipazione italiana a quelle guerre e' già costata troppe morti, tra cui quaranta giovani soldati italiani.

La partecipazione italiana a quelle guerre costituisce anche uno sperpero scellerato ed assurdo di enormi risorse finanziarie dello stato italiano.
Quegli ingenti fondi non siano più utilizzati per provocare la morte di esseri umani, e siano utilizzati invece per garantire in Italia a tutti il diritto alla casa, alla scuola, alla salute, all'assistenza.

Chiediamo che il Parlamento ripudi la guerra, nemica dell'umanità.
Chiediamo che il Parlamento riconosca, rispetti e promuova la vita, la dignità e i diritti di ogni essere umano.
Chiediamo al Parlamento che cessi la partecipazione italiana alle guerre in corso.
Chiediamo al Parlamento che si torni al rispetto della Costituzione della Repubblica Italiana.
Chiediamo al Parlamento che l'Italia svolga una politica internazionale di pace con mezzi di pace, per il disarmo e la smilitarizzazione dei conflitti, per il riconoscimento e l'inveramento di tutti i diritti umani per tutti gli esseri umani.
Solo la pace salva le vite.

Appello promosso dal "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo
Viterbo, 21 luglio 2011

da "La nonviolenza e' in cammino" del 21 luglio 2011


LA GUERRA IN LIBIA

1. Contesto       2. Gli scontri       3. Le reazioni internazionali       4. Risoluzione ONU 1973/2011 sulla Libia

Emergency promuove un appello contro la guerra

Leggi e firma l'appello su www.dueaprile.it

“La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire.”
Albert Einstein

1. CONTESTO
La Libia è uno stato petrolifero che esporta 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno, il suo destino ha più conseguenze dirette per l' economia internazionale che non una rivolta in uno stato non esportatore come la Tunisia. Il petrolio conta per più di 77 miliardi di dollari sul prodotto interno lordo della Libia, il 62° al mondo, che garantisce ai cittadini, sulla carta, un reddito pro capite, di 12 mila dollari l' anno. Più dei brasiliani, dei cileni, dei polacchi e il più alto di tutta l' Africa. In realtà, l' introito petrolifero non è equamente ridistribuito, così un terzo dei libici vive sotto la soglia di povertà e il 30% dei lavoratori è disoccupato. 
Il regime favorisce la parte occidentale del paese con i generosi ricavi petroliferi, trascurando quella orientale. A fine febbraio la tribù orientale degli Zuwayya ha minacciato di interrompere le esportazioni di petrolio in segno di protesta contro le brutalità del regime a Bengasi, una città di 600 mila abitanti.
2. GLI SCONTRI
Lo scoppio degli scontri nella capitale Tripoli è importante perchè i governi sono sempre più vulnerabili nelle loro capitali, e perchè più di sei milioni di libici vive nell' ovest del paese, dove è la capitale. Tripoli è una città di poco più di un milione di abitanti. Circa tre milioni di libici, metà del paese, vive nella regione storica della Tripolitania, inclusa la capitale e i dintorni. Le popolazioni lungo la costa africana lambiscono la pioggia delle aree ricche vicino al Mediterraneo dove l' agricoltura è praticabile e l' acqua è potabile. Con uno sviluppo davvero considerevole, la leadership della grande e potente tribù Wafala ha annunciato di essersi affiancata all' opposizione contro Gheddafi. Circa un milione di libici appartengono a questa stirpe. Visto che la cura della lealtà tribale è stato uno dei mezzi con cui Gheddafi è rimasto al potere, questa notevole defezione tribale evidenzia la sua perdita di autorità. Era già stato sottolineato quando i capi degli arabi Wafala pianificarono di convincere le loro controparti berbere delle tribù Tuareg meridionali, forti di 500 mila uomini, ad unirsi all' opposizione a Gheddafi. Domenica diecimila giovani sono andati a manifestare a Bengasi. Il regime inizialmente ha provato a molestare e a intimidire la folla, usando contro di loro lanciafiamme e sparando in alcune circostanze razzi RPG. A dozzine sono stati uccisi. Le forze di sicurezza sono state accusate di dispiegare lavoratori immigrati e africani contro la folla, provocandola su un piano nazionale. Alla lunga alcune unità militari si sono unite ai dimostranti, altre sono rimaste leali al governo. Le due parti hanno iniziato a spararsi l' una contro l' altra. Il generale di corpo d' armata Sulaiman Mahmud, in precedenza comandante della regione orientale (la regione storica della Cirenaica) alla fine si è unito ai dimostranti. Tutti questi sviluppi portano a una situazione rivoluzionaria. Fondamentale per questo genere di situazioni è la duplice sovranità, lo sviluppo nello stesso paese di due distinte fazioni dotate di autorità. 

Il 5 marzo, l'esercito di Gheddafi sferra l'ennesimo attacco alla città di Ez Zauia, ricorrendo a carri armati e mortai, mentre i ribelli continuano l'avanzata verso ovest e, dopo aver conquistato il piccolo agglomerato costiero di Bin Jawad, puntano verso Sirte, città natale del leader libico. Il giorno successivo prosegue la battaglia a Zauia: i governativi, dopo aver bombardato con i mortai il centro cittadino, entrano al mattino nella città appoggiati dai blindati, provocando un alto numero di uccisioni che, secondo alcune fonti, sarebbero 200. L'esercito riconquista anche la zona attorno Bin Jawad, rimasta scarsamente presidiata dalle forze rivoluzionarie. Nelle stesse ore la televisione di stato dirama la notizia di un accordo per la fine delle ostilità, raggiunto nella notte tra Gheddafi e i capi di alcune tribù, poi rivelatosi fasullo. 

L'8 marzo i ribelli propongono a Gheddafi di lasciare il potere entro 72 ore in cambio dell'improcedibilità al processo che potrebbe vedere il dittatore imputato per crimini contro l'umanità. Il giorno dopo, mentre Gheddafi interviene sulla tv nazionale paventando un allargamento del caos "a tutta la regione, fino a Israele, qualora l'organizzazione terroristica di Bin Laden dovesse conquistare la Libia", Zawiya capitola di fronte all'imponente schieramento di forze governative, che entrano nella città impiegando una cinquantina di carri armati. A Misurata, invece, l'esercito di Gheddafi avanza, ma i ribelli oppongono una forte resistenza; a Ras Lanuf e Bin Jawad la battaglia infuria ancora. Nel corso dei bombardamenti a Ras Lanuf vengono colpiti i depositi di greggio, mentre la raffineria di Zawiya chiude per l'intensificarsi della battaglia. Dallo scoppio della rivolta in Libia la produzione petrolifera si riduce a meno di un terzo, dai precedenti 1,6 milioni di barili al giorno a 500.000.

Durante il mese di aprile, mentre l'intervento delle Nazioni Unite non produce un significativo arretramento della posizione dei lealisti e non sembra aver prodotto risultati rimarchevoli sotto il profilo del loro indebolimento militare e logistico, lo scontro tra l'esercito di Gheddafi (il cui potenziale, in circa un mese, è ridotto del 30-40% per effetto degli attacchi delle aeronautiche degli eserciti dell'Alleanza Atlantica) e le forze rivoluzionarie che controllano gran parte della Cirenaica raggiunge una fase di stallo. Da una parte le milizie rivoltose non riescono a guadagnare terreno nella marcia verso la Tripolitania, mentre le forze al servizio del colonnello non hanno modo di dare la spallata definitiva al nemico. Il 1º luglio, in un discorso tenuto a Tripoli in cui chiama a raccolta i suoi sostenitori, Gheddafi accusa nuovamente la NATO di un intervento militare mirato esclusivamente ad impadronirsi delle ricchezze libiche. Dal numero di sostenitori presenti nella città si comprende che il consenso popolare nei confronti di Gheddafi è tutt'altro che finito. Quasi contemporaneamente le forze ribelli stanziate tra le montagne a sud di Tripoli hanno occupato una vasta area sotto il controllo del regime cercando a più riprese di avvicinarsi alla capitale. Ad agosto i ribelli sono riusciti a riconquistare la città di Ez Zauia, avanzando verso Tripoli.

Il 25 agosto, mentre i ribelli hanno iniziato le prime esecuzioni dei mercenari alleati al governo, sono stati sbloccati i primi fondi per la ricostruzione libica: l'ONU ha infatti donato 1,5 miliardi di dollari all'ex regime, mentre Berlusconi ha assicurato al primo ministro del CNT Mahmud Jibril che l'Italia si impegnerà ad elargire una prima tranche di 350 milioni di euro. Intanto Gheddafi è stato localizzato nella sua città natale. Dopo la presa della città, per mano dei ribelli, si sono verificati episodi di stupri verso le donne di colore, lavoratrici provenienti dai paesi subsahariani che hanno trovato casa in Libia grazie alla politica delle «porte aperte» voluta da Mu'ammar Gheddafi.

Così il 26 agosto sono iniziati i bombardamenti NATO presso Sirte, anche se il giorno seguente è stato comunicato che delle auto blindate avevano oltrepassato il confine, in direzione di Algeri. Nonostante l'iniziale smentita del CNT e di Algeri stessa, il 28 agosto è stata proprio la nazione limitrofa ad annunciare che la moglie di Gheddafi, la figlia ed i figli Hannibal e Mohammad, accompagnati dai loro figli, si trovano in Algeria, malgrado non vi fosse alcuna traccia del colonnello.

Frattanto, sebbene Gheddafi si fosse più volte dimostrato disposto a trattare, i ribelli sono sempre rimasti inflessibili, al punto da inviare a Sirte un ultimatum con scadenza prevista per il 3 settembre, il quale proponeva la soluzione unilaterale della resa del Raìs. Tuttavia, dopo l'incitamento di Gheddafi ai suoi sostenitori a "mettere la Libia a ferro e fuoco", l'ultimatum è stato prorogato di una settimana ed esteso alle rimanenti città lealiste: Beni Ulid, Giofra e Sebha. Il 29 agosto 2011 è stato reso noto dal direttore di "Unicef Italia", Roberto Salvan, l'elevato "rischio di un'epidemia sanitaria senza precedenti" nella zona circostante Tripoli, la quale sarebbe dovuta alle carenze di acqua provocate dai bombardamenti della NATO sulle tubature dell'acquedotto libico conosciuto come Grande fiume artificiale.
Il 1º settembre a Parigi si è svolta un'assemblea di 63 delegazioni che ha deciso lo scongelamento immediato di beni del regime per 15 miliardi di dollari (pari a 10,5 miliardi di euro) ed ha lanciato un forte appello al CNT affinché promuova la riconciliazione nazionale. A seguito di questa assemblea, il CNT ha assicurato una nuova costituzione entro 8 mesi, dopo la stesura della quale saranno tenute libere elezioni.
Intanto Bouzaid Dorda, il capo dei servizi segreti di Gheddafi, è stato arrestato, mentre Saadi Gheddafi è fuggito in Niger ed altri familiari in Algeria, in un contesto in cui il Niger ha dichiarato di volersi adeguare alle decisioni della Corte penale internazionale, mentre l'Algeria, per riconoscere ufficialmente il CNT, è in attesa della formazione di un nuovo esecutivo libico.

Dopo 6 giorni dalla scadenza dell'ultimatum, i ribelli riescono ad entrare a Beni Ulid, ma vengono subito respinti dalle forze armate del raìs. A Sirte, invece, i ribelli prendono pieno possesso della città e piantano la nuova bandiera sul palazzo del governo. Successivamente i ribelli penetrano a fondo nel territorio lealista conquistando le roccaforti di Sebha,Hun,Adana e Ghat strappando il deserto libico alle truppe del rais,ormai asserragliate nella sola Beni Ulid e nei sobborghi di Sirte.

Il 10 ottobre il CNT annuncia che i due terzi della città di Sirte sono in mano ai ribelli, che tenteranno di occuparla definitivamente entro pochi giorni. Il 17 ottobre Beni Ulid cade, lasciando ai gheddafiani solo alcuni rifugi situati fra le montagne intorno la città e nei pressi di Sirte.
Il territorio libico è, alla data del 18 ottobre 2011, completamente sotto il controllo del Consiglio Nazionale di Transizione, con l'unica esclusione di piccole zone nei dintorni di Sirte e di Beni Ulid, le quali verranno soppresse il 20 ottobre.
In questa data, infatti, la città di Sirte -nella quale Mu'ammar Gheddafi, dopo aver lasciato Tripoli, si era asserragliato dal 21 agosto 2011- cade, dopo un assedio di 2 mesi. Mu'ammar Gheddafi, risultando vana ogni difesa, tenta di guadagnare il deserto per continuare la lotta ma il suo convoglio viene attaccato da parte di aerei francesi NATO. Raggiunto da elementi del CNT, Gheddafi viene catturato vivo ma subito linciato. Gli ultimi momenti di vita del Ra'is libico vegono impressi in numerosi video dei presenti all'avvenimento. Anche il figlio Mutassim Gheddafi, che ha guidato militarmente la difesa di Sirte, viene fatto prigioniero da miliziani del CNT e, poco dopo, sommariamente giustiziato. Nel corso della stessa convulsa giornata trova la morte anche il Ministro della Difesa, il Gen. Abu Bakr Yunis Jabr. Trasferiti a Misurata, i corpi dei tre uomini vengono esposti al pubblico.

Nel frattempo, smentite le voci diffuse dal CNT, che lo volevano ancora una volta morto, catturato o in fuga in Niger, Sayf al-Islam Gheddafi è succeduto al padre nella guida della resistenza nazionale libica e della Jamāhīriyya e - secondo quanto riferisce l'Agenzia di stampa russa RIA Novosti - sta raccogliendo l'adesione dei clan tribali, molto influenti nella struttura sociale libica, al fine di continuare la lotta.

I ribelli hanno inoltre compiuto esecuzioni di massa verso i prigionieri di guerra e verso i civili schierati con Gheddafi (inclusi donne e bambini), sia durante sia dopo la battaglia.

Il 23 ottobre 2011 il Presidente del CNT Mustafa Abd al-Jalil dichiarava pubblicamente al mondo - raccogliendo il plauso entusiastico dell'organizzazione al-Qa'ida - che la shari'a (la legge islamica) sarà la fonte fondamentale della Costituzione della nuova Libia, spingendosi, in questo campo, molto più in là sia di Hamid Karzai in Afghanistan che di Ahmed Sheikh Sharif in Somalia, i quali hanno sempre affermato che la sharia è la fonte principale della loro legislazione, ma hanno anche lasciato intendere che accanto ad essa c'erano anche altre fonti legislative.
Il clero ha negato i funerali religiosi a Mu'ammar Gheddafi bollandolo come miscredente, e i corpi di Mu'ammar e di Mutassim sono stati sepolti in locazione segreta. Sayf al-Islam Gheddafi, a mezzo della Tv siriana al-Ra'i ("L'opinione"), in un breve messaggio audio rivolto al CNT ha dichiarato : "Io vi dico, andate all'inferno, voi e la NATO dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e stiamo continuando a combattere".

3. REAZIONI INTERNAZIONALI
La risposta violenta alla rivolta civile da parte di Gheddafi è stata duramente condannata dalla comunità internazionale. Il regime di Muammar Gheddafi perde l'appoggio di alcuni dei suoi più importanti diplomatici libici in Europa e nel mondo, tra cui l'ambasciatore in Italia, gli ambasciatori a Parigi, Londra, Madrid e Berlino e i diplomatici presso l'Unesco e l'Onu.

La maggior parte degli stati occidentali condanna gli avvenimenti e le minacce di chiudere i pozzi di petrolio, anche se nessuno interviene ufficialmente. L'UE procede intanto all'attuazione di sanzioni contro la Libia di Gheddafi. Il 26 febbraio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama firma una serie di sanzioni contro la Libia, tra cui il congelamento dei beni di Muammar Gheddafi e dei suoi familiari.

L'Unione europea infine il 28 febbraio decide le sanzioni contro il regime di Gheddafi: il Consiglio europeo, attraverso i ministri dell'Energia dei 27 stati membri, approva l'embargo sulle armi stabilito dalla risoluzione Onu del 26 febbraio, aggiungendo anche l'embargo su tutti quegli strumenti che il regime potrebbe utilizzare nella repressione della rivolta in Libia. Inoltre, il Consiglio aggiunge il congelamento dei beni e restrizioni sui visti per lo stesso leader Gheddafi e 25 dei suoi familiari e persone della cerchia.

Intanto le marine di numerosi stati, tra cui gli USA e Inghilterra, si posizionano nel Mediterraneo nell'eventualità di un attacco. Gli Stati Uniti studiano un piano d'azione per intervenire, valutando la possibilità di un attacco preventivo per neutralizzare le postazioni contraeree. In caso venga dichiarata una No-fly zone sui celi libici si predispone la portaerei Enterprise con il probabile appoggio della stessa marina italiana. Il ministro della Difesa La Russa dichiara che potrebbe essere utilizzata la stessa Sicilia come punto strategico per far rispettare l'embargo.

Il procuratore Luis Moreno-Ocampo della Corte Penale Internazionale annuncia l'apertura di una inchiesta per crimini contro l'umanità in Libia, mentre Barack Obama sostiene di prendere in considerazione l'opzione militare affermando che "ciò di cui voglio essere sicuro è che gli Stati Uniti abbiano una piena capacità di azione, potenzialmente rapida, se la situazione dovesse degenerare in modo da scatenare una crisi umanitaria". L'Interpol diffonde un'allerta internazionale a tutte le polizie mondiali per facilitare le operazioni della Corte Penale Internazionale e l'attuazione delle sanzioni ONU.
Il 9 marzo prosegue il pressing degli Stati Uniti sull'ONU per la decisione dell'attuazione di una zona di divieto di sorvolo sui cieli libici. Il vicepresidente Usa, Joe Biden, giunge a Mosca allo scopo di persuadere la Russia, contraria ad un attacco contro Gheddafi, a dare il consenso alla realizzazione della no fly zone, che richiederebbe il ricorso allo stato di guerra contro Tripoli, primo passo informale verso l'apertura di un fronte di terra con l'obiettivo di sostenere i ribelli libici e disarcionare Gheddafi.

Il 17 marzo il consiglio di sicurezza dell'ONU discute una seconda proposta di no-fly zone, avanzata dalla Francia, già aperta sostenitrice dei ribelli, che viene approvata a tarda sera. La risoluzione consente ogni mezzo, tranne l'occupazione militare, per proteggere i civili ed imporre un cessate il fuoco. Il Regno Unito si è dichiarato pronto ad mobilitare l'aeronautica entro poche ore.

Il 27 marzo, Benedetto XVI lancia un appello affinché le ostilità in Libia cessino. Il Papa, dopo la consueta preghiera domenicale dell’Angelus, si è infatti espresso in favore di una risoluzione pacifica del conflitto che sta infiammando il paese nordafricano: “ Prego per un ritorno alla concordia, rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali responsabili e a quanti hanno responsabilità politiche e militari affinché venga avviato un dialogo che ponga fine all’uso delle armi”.


Risoluzione ONU 1973/2011 sulla Libia. Traduzione italiana dal testo inglese.

Il Consiglio di Sicurezza,
Richiamando la sua risoluzione 1970 (2011) del 26 febbraio 2011,
Deplorando il mancato rispetto della risoluzione 1970 (2011) da parte delle autorità libiche,
Esprimendo profonda preoccupazione per il deteriorarsi della situazione, l’incremento della violenza e le numerose vittime civili. (Segue...)