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No
alla guerra |
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LE RIVOLUZIONI DEL MONDO ARABO |
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All'inizio di quest'anno, sembrava che i siriani avessero ancora troppa paura di sfidare il regime repressivo che è al potere nel paese da 40 anni, sotto la guida di Bashar al-Assad e prima di suo padre Hafez
al-Assad.
Scarica l'appello e invia anche un'email personale ai tre ministri. I manifestanti siriani hanno bisogno del tuo aiuto!
da Amnesty.it
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IL PARLAMENTO NON RIFINANZI LE GUERRE Chiediamo a tutte le persone di volontà buona e di retto sentire di far sentire la propria voce al Parlamento italiano affinché non rifinanzi le guerre e le stragi in Afghanistan e in Libia. La partecipazione italiana a quelle guerre e' illegale, poiché viola l'art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana. La partecipazione italiana a quelle guerre costituisce anche uno sperpero scellerato ed assurdo di enormi risorse finanziarie dello stato italiano. Chiediamo che il Parlamento ripudi la guerra, nemica dell'umanità. Appello promosso dal "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo da "La nonviolenza e' in cammino" del 21 luglio 2011 |
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1. Contesto 2. Gli scontri 3. Le reazioni internazionali 4. Risoluzione ONU 1973/2011 sulla Libia |
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Emergency promuove un appello contro la guerraLeggi e firma l'appello su www.dueaprile.it “La guerra non si può umanizzare, si
può solo abolire.”
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1. CONTESTO La Libia è uno stato petrolifero che esporta 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno, il suo destino ha più conseguenze dirette per l' economia internazionale che non una rivolta in uno stato non esportatore come la Tunisia. Il petrolio conta per più di 77 miliardi di dollari sul prodotto interno lordo della Libia, il 62° al mondo, che garantisce ai cittadini, sulla carta, un reddito pro capite, di 12 mila dollari l' anno. Più dei brasiliani, dei cileni, dei polacchi e il più alto di tutta l' Africa. In realtà, l' introito petrolifero non è equamente ridistribuito, così un terzo dei libici vive sotto la soglia di povertà e il 30% dei lavoratori è disoccupato. Il regime favorisce la parte occidentale del paese con i generosi ricavi petroliferi, trascurando quella orientale. A fine febbraio la tribù orientale degli Zuwayya ha minacciato di interrompere le esportazioni di petrolio in segno di protesta contro le brutalità del regime a Bengasi, una città di 600 mila abitanti. |
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2. GLI SCONTRI Lo scoppio degli scontri nella capitale Tripoli è importante perchè i governi sono sempre più vulnerabili nelle loro capitali, e perchè più di sei milioni di libici vive nell' ovest del paese, dove è la capitale. Tripoli è una città di poco più di un milione di abitanti. Circa tre milioni di libici, metà del paese, vive nella regione storica della Tripolitania, inclusa la capitale e i dintorni. Le popolazioni lungo la costa africana lambiscono la pioggia delle aree ricche vicino al Mediterraneo dove l' agricoltura è praticabile e l' acqua è potabile. Con uno sviluppo davvero considerevole, la leadership della grande e potente tribù Wafala ha annunciato di essersi affiancata all' opposizione contro Gheddafi. Circa un milione di libici appartengono a questa stirpe. Visto che la cura della lealtà tribale è stato uno dei mezzi con cui Gheddafi è rimasto al potere, questa notevole defezione tribale evidenzia la sua perdita di autorità. Era già stato sottolineato quando i capi degli arabi Wafala pianificarono di convincere le loro controparti berbere delle tribù Tuareg meridionali, forti di 500 mila uomini, ad unirsi all' opposizione a Gheddafi. Domenica diecimila giovani sono andati a manifestare a Bengasi. Il regime inizialmente ha provato a molestare e a intimidire la folla, usando contro di loro lanciafiamme e sparando in alcune circostanze razzi RPG. A dozzine sono stati uccisi. Le forze di sicurezza sono state accusate di dispiegare lavoratori immigrati e africani contro la folla, provocandola su un piano nazionale. Alla lunga alcune unità militari si sono unite ai dimostranti, altre sono rimaste leali al governo. Le due parti hanno iniziato a spararsi l' una contro l' altra. Il generale di corpo d' armata Sulaiman Mahmud, in precedenza comandante della regione orientale (la regione storica della Cirenaica) alla fine si è unito ai dimostranti. Tutti questi sviluppi portano a una situazione rivoluzionaria. Fondamentale per questo genere di situazioni è la duplice sovranità, lo sviluppo nello stesso paese di due distinte fazioni dotate di autorità. Il 5 marzo, l'esercito di Gheddafi sferra l'ennesimo attacco alla città di Ez Zauia, ricorrendo a carri armati e mortai, mentre i ribelli continuano l'avanzata verso ovest e, dopo aver conquistato il piccolo agglomerato costiero di Bin Jawad, puntano verso Sirte, città natale del leader libico. Il giorno successivo prosegue la battaglia a Zauia: i governativi, dopo aver bombardato con i mortai il centro cittadino, entrano al mattino nella città appoggiati dai blindati, provocando un alto numero di uccisioni che, secondo alcune fonti, sarebbero 200. L'esercito riconquista anche la zona attorno Bin Jawad, rimasta scarsamente presidiata dalle forze rivoluzionarie. Nelle stesse ore la televisione di stato dirama la notizia di un accordo per la fine delle ostilità, raggiunto nella notte tra Gheddafi e i capi di alcune tribù, poi rivelatosi fasullo. L'8 marzo i ribelli propongono a Gheddafi di lasciare il potere entro 72 ore in cambio dell'improcedibilità al processo che potrebbe vedere il dittatore imputato per crimini contro l'umanità. Il giorno dopo, mentre Gheddafi interviene sulla tv nazionale paventando un allargamento del caos "a tutta la regione, fino a Israele, qualora l'organizzazione terroristica di Bin Laden dovesse conquistare la Libia", Zawiya capitola di fronte all'imponente schieramento di forze governative, che entrano nella città impiegando una cinquantina di carri armati. A Misurata, invece, l'esercito di Gheddafi avanza, ma i ribelli oppongono una forte resistenza; a Ras Lanuf e Bin Jawad la battaglia infuria ancora. Nel corso dei bombardamenti a Ras Lanuf vengono colpiti i depositi di greggio, mentre la raffineria di Zawiya chiude per l'intensificarsi della battaglia. Dallo scoppio della rivolta in Libia la produzione petrolifera si riduce a meno di un terzo, dai precedenti 1,6 milioni di barili al giorno a 500.000. Durante il mese di aprile, mentre l'intervento delle Nazioni Unite non produce un significativo arretramento della posizione dei lealisti e non sembra aver prodotto risultati rimarchevoli sotto il profilo del loro indebolimento militare e logistico, lo scontro tra l'esercito di Gheddafi (il cui potenziale, in circa un mese, è ridotto del 30-40% per effetto degli attacchi delle aeronautiche degli eserciti dell'Alleanza Atlantica) e le forze rivoluzionarie che controllano gran parte della Cirenaica raggiunge una fase di stallo. Da una parte le milizie rivoltose non riescono a guadagnare terreno nella marcia verso la Tripolitania, mentre le forze al servizio del colonnello non hanno modo di dare la spallata definitiva al nemico. Il 1º luglio, in un discorso tenuto a Tripoli in cui chiama a raccolta i suoi sostenitori, Gheddafi accusa nuovamente la NATO di un intervento militare mirato esclusivamente ad impadronirsi delle ricchezze libiche. Dal numero di sostenitori presenti nella città si comprende che il consenso popolare nei confronti di Gheddafi è tutt'altro che finito. Quasi contemporaneamente le forze ribelli stanziate tra le montagne a sud di Tripoli hanno occupato una vasta area sotto il controllo del regime cercando a più riprese di avvicinarsi alla capitale. Ad agosto i ribelli sono riusciti a riconquistare la città di Ez Zauia, avanzando verso Tripoli. Il 25 agosto, mentre i ribelli hanno iniziato le prime esecuzioni dei mercenari alleati al governo, sono stati sbloccati i primi fondi per la ricostruzione libica: l'ONU ha infatti donato 1,5 miliardi di dollari all'ex regime, mentre Berlusconi ha assicurato al primo ministro del CNT Mahmud Jibril che l'Italia si impegnerà ad elargire una prima tranche di 350 milioni di euro. Intanto Gheddafi è stato localizzato nella sua città natale. Dopo la presa della città, per mano dei ribelli, si sono verificati episodi di stupri verso le donne di colore, lavoratrici provenienti dai paesi subsahariani che hanno trovato casa in Libia grazie alla politica delle «porte aperte» voluta da Mu'ammar Gheddafi. Così il 26 agosto sono iniziati i bombardamenti NATO presso Sirte, anche se il giorno seguente è stato comunicato che delle auto blindate avevano oltrepassato il confine, in direzione di Algeri. Nonostante l'iniziale smentita del CNT e di Algeri stessa, il 28 agosto è stata proprio la nazione limitrofa ad annunciare che la moglie di Gheddafi, la figlia ed i figli Hannibal e Mohammad, accompagnati dai loro figli, si trovano in Algeria, malgrado non vi fosse alcuna traccia del colonnello.
Frattanto, sebbene Gheddafi si fosse più volte dimostrato disposto a trattare, i ribelli sono sempre rimasti inflessibili, al punto da inviare a Sirte un ultimatum con scadenza prevista per il 3 settembre, il quale proponeva la soluzione unilaterale della resa del Raìs. Tuttavia, dopo l'incitamento di Gheddafi ai suoi sostenitori a "mettere la Libia a ferro e fuoco", l'ultimatum è stato prorogato di una settimana ed esteso alle rimanenti città
lealiste: Beni Ulid, Giofra e Sebha. Il 29 agosto 2011 è stato reso noto dal direttore di
"Unicef Italia", Roberto Salvan, l'elevato "rischio di un'epidemia sanitaria senza precedenti" nella zona circostante Tripoli, la quale sarebbe dovuta alle carenze di acqua provocate dai bombardamenti della NATO sulle tubature dell'acquedotto libico conosciuto come Grande fiume
artificiale. Dopo 6 giorni dalla scadenza dell'ultimatum, i ribelli riescono ad entrare a Beni Ulid, ma vengono subito respinti dalle forze armate del raìs. A Sirte, invece, i ribelli prendono pieno possesso della città e piantano la nuova bandiera sul palazzo del governo. Successivamente i ribelli penetrano a fondo nel territorio lealista conquistando le roccaforti di Sebha,Hun,Adana e Ghat strappando il deserto libico alle truppe del rais,ormai asserragliate nella sola Beni Ulid e nei sobborghi di Sirte.
Il 10 ottobre il CNT annuncia che i due terzi della città di Sirte sono in mano ai ribelli, che tenteranno di occuparla definitivamente entro pochi giorni. Il 17 ottobre Beni Ulid cade, lasciando ai gheddafiani solo alcuni rifugi situati fra le montagne intorno la città e nei pressi di Sirte. Nel frattempo, smentite le voci diffuse dal CNT, che lo volevano ancora una volta morto, catturato o in fuga in Niger, Sayf al-Islam Gheddafi è succeduto al padre nella guida della resistenza nazionale libica e della Jamāhīriyya e - secondo quanto riferisce l'Agenzia di stampa russa RIA Novosti - sta raccogliendo l'adesione dei clan tribali, molto influenti nella struttura sociale libica, al fine di continuare la lotta. I ribelli hanno inoltre compiuto esecuzioni di massa verso i prigionieri di guerra e verso i civili schierati con Gheddafi (inclusi donne e bambini), sia durante sia dopo la battaglia.
Il 23 ottobre 2011 il Presidente del CNT Mustafa Abd al-Jalil dichiarava pubblicamente al mondo - raccogliendo il plauso entusiastico dell'organizzazione al-Qa'ida - che la shari'a (la legge islamica) sarà la fonte fondamentale della Costituzione della nuova Libia, spingendosi, in questo campo, molto più in là sia di Hamid Karzai in Afghanistan che di Ahmed Sheikh Sharif in Somalia, i quali hanno sempre affermato che la sharia è la fonte principale della loro legislazione, ma hanno anche lasciato intendere che accanto ad essa c'erano anche altre fonti legislative. |
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3. REAZIONI INTERNAZIONALI La risposta violenta alla rivolta civile da parte di Gheddafi è stata duramente condannata dalla comunità internazionale. Il regime di Muammar Gheddafi perde l'appoggio di alcuni dei suoi più importanti diplomatici libici in Europa e nel mondo, tra cui l'ambasciatore in Italia, gli ambasciatori a Parigi, Londra, Madrid e Berlino e i diplomatici presso l'Unesco e l'Onu. La maggior parte degli stati occidentali condanna gli avvenimenti e le minacce di chiudere i pozzi di petrolio, anche se nessuno interviene ufficialmente. L'UE procede intanto all'attuazione di sanzioni contro la Libia di Gheddafi. Il 26 febbraio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama firma una serie di sanzioni contro la Libia, tra cui il congelamento dei beni di Muammar Gheddafi e dei suoi familiari. L'Unione europea infine il 28 febbraio decide le sanzioni contro il regime di Gheddafi: il Consiglio europeo, attraverso i ministri dell'Energia dei 27 stati membri, approva l'embargo sulle armi stabilito dalla risoluzione Onu del 26 febbraio, aggiungendo anche l'embargo su tutti quegli strumenti che il regime potrebbe utilizzare nella repressione della rivolta in Libia. Inoltre, il Consiglio aggiunge il congelamento dei beni e restrizioni sui visti per lo stesso leader Gheddafi e 25 dei suoi familiari e persone della cerchia. Intanto le marine di numerosi stati, tra cui gli USA e Inghilterra, si posizionano nel Mediterraneo nell'eventualità di un attacco. Gli Stati Uniti studiano un piano d'azione per intervenire, valutando la possibilità di un attacco preventivo per neutralizzare le postazioni contraeree. In caso venga dichiarata una No-fly zone sui celi libici si predispone la portaerei Enterprise con il probabile appoggio della stessa marina italiana. Il ministro della Difesa La Russa dichiara che potrebbe essere utilizzata la stessa Sicilia come punto strategico per far rispettare l'embargo.
Il procuratore Luis Moreno-Ocampo della Corte Penale Internazionale annuncia
l'apertura di una inchiesta per crimini contro l'umanità in Libia, mentre
Barack Obama sostiene di prendere in considerazione l'opzione militare
affermando che "ciò di cui voglio essere sicuro è che gli Stati Uniti
abbiano una piena capacità di azione, potenzialmente rapida, se la
situazione dovesse degenerare in modo da scatenare una crisi
umanitaria". L'Interpol diffonde un'allerta internazionale a tutte le
polizie mondiali per facilitare le operazioni della Corte Penale
Internazionale e l'attuazione delle sanzioni ONU. Il 17 marzo il consiglio di sicurezza dell'ONU discute una seconda proposta di no-fly zone, avanzata dalla Francia, già aperta sostenitrice dei ribelli, che viene approvata a tarda sera. La risoluzione consente ogni mezzo, tranne l'occupazione militare, per proteggere i civili ed imporre un cessate il fuoco. Il Regno Unito si è dichiarato pronto ad mobilitare l'aeronautica entro poche ore. Il 27 marzo, Benedetto XVI lancia un appello affinché le ostilità in Libia cessino. Il Papa, dopo la consueta preghiera domenicale dell’Angelus, si è infatti espresso in favore di una risoluzione pacifica del conflitto che sta infiammando il paese nordafricano: “ Prego per un ritorno alla concordia, rivolgo un accorato appello agli organismi internazionali responsabili e a quanti hanno responsabilità politiche e militari affinché venga avviato un dialogo che ponga fine all’uso delle armi”. |
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Risoluzione ONU 1973/2011 sulla Libia. Traduzione italiana dal testo inglese. |