Un fiume umano

Oltre 200 mila partecipanti, più di 20 chilometri di corteo che ha portato i colori dell’arcobaleno fin sulla Rocca di Assisi. Nel suo cinquantesimo anniversario, la Marcia della Pace Perugia – Assisi ha radunato il popolo pacifista nel segno dello slogan che il fondatore Aldo Capitini scelse per la prima edizione, quella del 1961, “per la pace e la fratellanza dei popoli”. Niente di malinconico o retorico, tutt’altro: protagonista della giornata di domenica 25 settembre non è stato uno spirito nostalgico, bensì le voci, ed anche i silenzi, che hanno segnato la storia di quest’ultimo anno.

Cinquant’anni fa un uomo mite e coraggioso  compì un gesto semplice, iniziò una marcia che da Perugia lo condusse fino alla Rocca di Assisi, nel luogo dove San Francesco seppe far incontrare la spiritualità cristiana con l’immenso e terreno amore per la natura e per la vita. Capitini, nella maturità della sua vita, quando poteva apparire come un “anomalo”, seppe creare un gesto di azione nonviolenta: la marcia per la pace.

A mezzo secolo di distanza abbiamo ancora bisogno di ripercorrere quel cammino per assumerci la responsabilità di gesti concreti. Abbiamo bisogno di marciare insieme ad altri da noi, con i liberi e gli oppressi, per sentire che non siamo soli di fronte alle barbarie. Ogni volta che quella marcia è iniziata, qualcuno nel Mondo ne rimaneva cambiato.

Perché la guerra non è divenuta un tabù? Perché si combatte e si uccide, si stuprano donne, si umiliano interi popoli? Nessun uomo sano di mente potrà mai accettare questa realtà come connaturata alla storia e all’esistenza stessa dell’uomo. Gli sforzi di progresso compiuti dall’ingegno e dall’esperienza umana non potranno che tendere alla liberazione dalla più grande delle schiavitù, quella della violenza e delle guerre.
Sappiamo che una vita non basta per vedere realizzata quest’aspirazione, ma -come ci ricordò proprio Capitini- abbiamo il dovere di provarci.
Vogliamo essere parte di un mondo, di un’Europa e di un’Italia che faccia la sua parte e che, proprio in questi tempi di crisi economica, sappia “sacrificare” le spese militari e non quelle “civili”.

La marcia della pace da Perugia ad Assisi ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di persone che sono affluite nella città di san Francesco da ogni parte d'Italia.

La galassia di movimenti che hanno marciato (associazioni laiche e religiose, scout, sindacati, gruppi spontanei o organizzati, parrocchie e movimenti politici, istituzioni con sindaci e gonfaloni portati dai vigili urbani, singoli marciatori con zainetto, agricoltori e «amici della bici», Unione ciechi, animalisti, Anpi e tante altre sigle, come i No Tav) ha riproposto temi legati alla politica, lavoro, ambiente, diritti, immigrazione.

Nella marcia Perugia – Assisi sono stati anche i silenzi a farsi sentire: 1500 maschere bianche hanno sfilato in memoria delle vittime annegate nel “Mare Nostrum” negli ultimi 6 mesi. Ad accompagnarle una barca simile a quelle usate per i “viaggi della speranza” con issata una bandiera di Amnesty International che recitava “1500 morti nel Mediterraneo. Europa dove sei?”.
E’ così che sono state ricordare tutte quelle persone che non ce l’hanno fatta ad approdare alle nostre coste fuggendo da scenari di guerra e povertà.

Il lavoro per la pace è un percorso che non si interrompe. È proprio per sottolineare la continuità di questo impegno che è avvenuto il passaggio del testimone della bandiera della pace di Aldo Capitini dai giovani del 1961 a quelli di oggi. Infine, a concludere la giornata, la lettura della stessa “mozione della pace” intonata da Capitini nel 1961 da parte dei giovani protagonisti del meeting “1000 giovani per la pace” realizzato nei giorni precedenti alla marcia.

Se la Perugia – Assisi è terminata davanti al palco della Rocca con qualche nuvola di troppo a minacciare pioggia, non termina l’impegno per la costruzione di una pace concreta e duratura.

Noi, i ragazzi del Servizio Civile, siamo stati parte di tutto ciò, questo “fiume umano” che ha visto tantissime personalità tutte diverse tra loro mescolarsi per diversi ideali ma per un unico obiettivo, partecipando per la prima volta a questa manifestazione. Ma non è stato qualcosa di mai provato: un’esperienza nuova, certo, ma ci siamo resi conto che stavamo praticando un sentiero già sperimentato, poiché nel nostro piccolo, anche nel periodo pre-Servizio Civile, abbiamo condiviso idealmente con milioni di ragazze e ragazzi il sogno di un mondo più giusto, in cui la guerra non fosse l’origine e la condizione permanente di un nuovo disordine mondiale, in cui la democrazia non fosse privilegio di una minoranza dell’umanità, in cui gli uomini e le donne non fossero merce ma cittadini.

 

Bove Caterina, Carnicelli Stefano,
Vecchietti Stefania, Mazzetti Simone,
Aquilani Chiara e Soldati Claudio.